Momento peterpaniano di esistenza

Oggi mi è venuta l’improvvisa voglia di guardare una puntata di uno miei cartoni animati preferiti, che veniva trasmesso dalla Melevisione nel lontano 1999 (più o meno).

Ho fatto di tutto per cercarlo su internet. E la mattina di un’uggiosa domenica è trascorsa così, alla ricerca ossessiva e patetica di un conforto infantile.

A quei tempi avevo circa 9 anni. Alla mia veneranda età una giovane donna dovrebbe pensare alla propria carriera, ad avere una famiglia, a coltivare le proprie passioni, a realizzare i propri sogni. Io invece penso al passato, o alla mia infanzia.
Quante volte, vedendo i bambini giocare allegramente nel prato vicino a casa mia, ho pensato alla beatitudine incurante degli infanti, alla loro esistenza cullata da sentimenti confortanti di stupore e spensieratezza, incoscienti dei problemi che li affliggeranno nella vita adulta.

Eppure io non ho avuto un’infanzia completamente felice. Un padre assente e incapace di dimostrare affetto ai propri figli, traslochi continui, e nessun luogo dove mettere radici. Anche se mia madre ha sempre cercato di fare tutto ciò che era nei suoi limiti umani per farci vivere nella serenità, per non farci pesare la diversità della nostra famiglia.
Per difendermi, ho sempre vissuto in una sorta di limbo, nel mio mondo personale, plasmato secondo i miei desideri e ciò che avrei voluto che fosse la mia vita. Un mondo distorto, in cui la realtà e le bugie si sono sempre intrecciate tra loro, rendendo difficile distinguere i confini tra illusione e realtà.

E allora perché mi rifugio sempre nel passato? E perché, dunque, il passato coincide con frammenti di infanzia o di estrema giovinezza? A cosa è dovuto questo mio continuo ritorno nostalgico alla mia prima infanzia o ai miei 20 anni, ai momenti più felici di un pezzo della mia storia che non tornerà più?

Certamente, uno dei periodi a cui ritorno più volentieri è quello del mio percorso universitario, l’arco temporale più bello dei miei 27 anni di residenza in questa terra.
A volte penso che non sarò più così felice, che non avrò più tutto quello che avevo prima. Che non viaggerò più, che non conoscerò più nuove persone e nuove culture, che non aprirò più la mia mente a nuovi modi di vedere la vita, che le mie orecchie non sentiranno più, entusiaste, nuovi idiomi, e che non avrò più la brama di imparare tutte le lingue del mondo, come una volta.

Si è spento qualcosa dentro di me. Tutto quello che è successo in questi ultimi due anni mi ha profondamente cambiata. La vita cambia in un istante e ti trasforma. E troppi mutamenti a volte ti fanno perdere l’equilibrio, ti disorientano, e a volte ti fanno smarrire. Se ti sei perso, devi essere in grado di ritrovarti. E se non ti sei mai trovato, devi imparare a farlo, anche se questo richiederà tempo.

Sarei una sciocca a credere, o a sperare, che tutto possa restare immutato nel tempo, che la felicità non sia solo un attimo fuggente, ma che possa durare in eterno. Se ci penso, è un bel conforto, la felicità. Un istante che possiamo imprimere indelebilmente nella nostra memoria, e al quale possiamo aggrapparci nei momenti di buio e sconforto. E’ perfetta la natura. Tutto il cosmo lavora con assoluta sintonia, secondo motivi precisi, che si concatenano e incastrano precisamente tra loro.

Ma che cos’è la mia? E’ una semplice venerazione e protezione del passato, custodito dalla mia mente come un prezioso gioiello, per paura di non rivivere più momenti così felici? O è il fragile timore di affrontare il futuro, nella paura che, vivendo appieno la vita, questa possa non riservarmi più alcun momento di gioia? A volte, il porto sicuro, il limbo statico e immobile degli insicuri e dei timorosi, ti nutre della certezza della serenità, della pace. Ma la prigione è essa stessa sofferenza. La paura è una prigione che ti intrappola, fino a soffocarti. Vivere senza libertà è semplice sopravvivenza. Mentre la vita dovrebbe essere vissuta appieno.

Autore: Peter Pan ha una gemella

Diario di una donna confusa

9 pensieri riguardo “Momento peterpaniano di esistenza”

  1. I ricordi hanno contorni sfumati, hanno un che di malinconico, perché ormai persi e lontani e quindi ci appaiono più belli, siamo certi della felicità che abbiamo provato. Domani chissà, non bisogna averne paura, soprattutto se si è solo del 1990 😉

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  2. Bhe ho un papero in giardino e penso a gente come disney che indugiando nella infanzia hanno costruito un forte futuro.
    Sfrutta l amore universitario all infinito, puoi sempre lavorare in quell ambito o erasmus
    Carino il titolo del blog, io sono riuscita a litigare anche con Peter pan a Disneyland l.a. che dopo la foto ci disse : play off……….a mia ?????

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  3. Ognuno di noi ha due stanze in cui trascorre la maggior parte della sua vita. La stanza del passato e quella del futuro. Tu hai spiegato molto bene le tue ragioni per cui prediligi di più (almeno in questo periodo) la prima, perchè genera conforto piuttosto che paure, come è più normale che faccia il futuro. Per come la vedo io, la felicità non sta in nessuna di quelle due stanze, bensì nel presente, unico momento che “possediamo” e che deciderà il nostro futuro, nel bene e nel male. La consapevolezza di ogni secondo vissuto appieno senza pensare a passato o futuro…in questo credo risieda la felicità… Piacere di essere qui…e aggiungo che Peter Pan ha anche uno zio… 😉

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    1. Bellissimo commento, concordo con te. A volte, nei rari momenti di lucidità, cerco di ripetermi il tuo mantra, ma spesso la mia natura leopardiana mi fa credere il contrario. Grazie per aver condiviso questo pensiero con me, mi fa piacere che la sindrome da GDPP (Gemella di Peter Pan, morbo incurabile e recidivo 😉 ) colpisca qualcun altro in questo mondo 😀

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