Mi merito l’ Amore

Ti meriti un amore che ti voglia spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare con te,
che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi
e non si stanchi mai di leggere le tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti,
che ti appoggi quando fai il ridicolo,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.
Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie,
che ti porti l’illusione,
il caffè
e la poesia.

– Estefania Mitre-

Sono sempre stata una persona romantica, forse anche troppo. L’obesità di cui ho sofferto, da adolescente, non mi ha mai permesso di poter aver una storia d’amore negli anni in cui si sognano baci sotto le stelle e sguardi rubati. Allora io leggevo. Leggevo e fantasticavo. Sognavo di un amore folle e puro, di un principe azzurro moderno, senza cavallo bianco, ma con i modi di un cavaliere. E il mio mondo incantato era decisamente meglio della realtà.

Ho baciato per la prima volta un ragazzo a 19 anni. Sono sempre stata più indietro rispetto alle mie coetanee, se è vero che a ogni “prima volta” corrispondano un tempo e un’età stabilita.
Ero ancora molto in sovrappeso, ma a lui non importava: non so come, ma si era innamorato di me. E forse io di lui.
In realtà, in due anni di relazione, non ho mai capito se fossi veramente innamorata di lui, o dell’idea che mi ero fatta dell’amore. Le cose non andavano come nei film, o meglio, nella mia immaginazione. I litigi erano tanti, e noi troppo diversi per andare avanti.
Durante la rottura mi sono trasferita nella città in cui mi ero iscritta all’università, il periodo più bello che possa ricordare oltre all’infanzia. Non passavo inosservata, ma io ho sempre pensato di non meritare di essere amata. Avevo ancora troppi chili in più, e una ragazza in sovrappeso non può piacere davvero. E così non mi sono mai buttata, frenata da stupide insicurezze che non mi hanno mai permesso di vivere l’amore folle che ho sempre desiderato, e a cui ancora anelo. Le uscite con i miei spasimanti si chiudevano dopo brevi conoscenze, perché mi mostravo distante e intimorita.

Poi è arrivato il mio attuale compagno. Ha insistito per avermi e mi ha regalato magici attimi di folle romanticismo. E io ho pensato davvero che il mio principe azzurro fosse arrivato. Aveva scritto una canzone per me, mi aveva baciata sotto le stelle. E io ho creduto di aver trovato la felicità pura. Eppure, io non ero l’unica. Ero la seconda per lui. Ma l’ho scoperto tardi, quando ormai ero troppo innamorata per uscirne. Così ho resistito, ho accettato di non occupare completamente il suo cuore, purché lui occupasse il mio. I litigi e le rotture erano all’ordine del giorno, finché dopo due anni mi ha lasciata definitivamente.

Dopo aver sofferto a lungo, sia fisicamente (avevo smesso di mangiare), che mentalmente, ho ricominciato a respirare. Ho ripreso la mia vita in mano, rinsaldando i vecchi legami, facendo nuove amicizie e continuando con il mio percorso universitario, che mi ha permesso di viaggiare per un anno. Dopo poco sono sprofondata di nuovo nell’abisso, lui è tornato da me, e siamo ancora qui, imprigionati in una relazione che ci sta distruggendo, ma di cui io non riesco più a disfarmi.

Mia mamma mi ripete spesso che quando un vaso si rompe non tornerà più bello come prima, neanche cercando di riattaccarne minuziosamente tutti i pezzi, con pazienza. Mi dice che devo amarmi, perché io merito altro. Merito di essere felice, e di ritrovare il sorriso dopo questo periodo buio, che è iniziato con la morte di mio padre. Devo essere coraggiosa, e riprendermi la mia vita in mano, perché ne ho una sola, mi dice.

E mentre scrivo tutto questo, io sogno. Sogno ancora l’amore puro delle mie fantasie adolescenziali, quello che mi accompagni nel mio volo. Io sogno, ma non riesco più ad agire.

 

La felicità è un dovere morale

Tutti gli esseri umani vogliono essere felici; peraltro, per poter raggiungere una tale condizione, bisogna cominciare col capire che cosa si intende per felicità.

(Jean-Jacques Rousseau)

Spesso mi interrogo su cosa sia la felicità. Ultimamente mi sento molto giù di morale: non mi sento gratificata dal mio lavoro, la vita di coppia ha continui alti e bassi, e la famiglia…beh, tutti abbiamo i nostri problemi. E’ colpa mia, che vedo sempre tutto grigio? La felicità è l’attitudine con cui noi stessi scegliamo ogni giorno di affrontare la vita?

Mi chiedo se sto sprecando la mia esistenza. Perché perdere tempo dietro a un lavoro che non mi soddisfa, cercandone un altro con ansia e fatica, restando intrappolata in una piccola città di provincia? Perché, piuttosto, non lasciare tutto, utilizzare i pochi risparmi per viaggiare, e ricominciare da un’altra parte? Magari su una spiaggia tropicale, vendendo bibite fresche in un locale in riva al mare.

I dubbi e i pensieri che mi tengono sveglia la notte sono tantissimi, ma l’unica certezza che ho è che inseguire la felicità è un dovere morale. Noi abbiamo il dovere di essere felici, come segno di riconoscenza a questa vita e a questo mondo che, nonostante tutto, è Bellezza Pura. Potrà sembrare banale, ma un tramonto sul mare, le stelle in una notte d’estate, o il sorriso di mia madre in un raro momento di serenità, hanno un valore inestimabile per me e mi riempiono il cuore, facendomi sentire grata di essere viva, di essere qui. La felicità forse è fatta di mille, piccoli momenti.

Eppure.

Eppure è importante anche il resto. Avere degli amici sinceri con cui condividere le notti d’estate ti dona felicità, e ammirare il tramonto con la persona che ami ti fa sentire vivo. E il sorriso di tua madre, che ti vede serena, con un lavoro che ti piace, e che ti stimola ogni giorno, ti scalda il cuore.

Colpa della società, che ti impone determinati target di felicità, o forse solo tua, che non sai chi sei? Sì, perché sarà pur vero che la bellezza è felicità, e che sono le cose piccole a farti provare questo meraviglioso, indispensabile sentimento, ma, se non sai chi sei, come fai a capire che cosa ti rende davvero felice? E’ un cane che si morde la coda. Dimmi chi sei, e ti svelerò il segreto della felicità.

A volte invece temo che la felicità non sia destinata a tutti. Un bambino che muore di stenti in qualche paese vicino al nostro, ha mai provato gioia? E il clochard sotto la nostra finestra, che non sopravvive al lungo inverno, come può essere felice? E la ragazzina rapita nel suo villaggio, e costretta a prostituirsi, come si scalda il cuore?
Forse la felicità è una pagina che deve essere scritta nel libro del destino di ognuno di noi. Ad alcune opere è stata strappata, o non è stata redatta affatto. Un po’ come la fortuna.

Quindi, che cos’è la felicità? E’ solo un capriccio, una ricerca avida e insaziabile di un sentimento decantato e sconosciuto? E’ il modo in cui decidiamo di affrontare le sfide di ogni giorno? O è un dono per pochi eletti?

Io so solo che, nel mio caso fortunato, almeno, la ricerca della felicità è il regalo con cui voglio omaggiare la mia vita.

 

Tu sei felice? E che cosa ti rende davvero tale?

 

Giudico, ergo sono?

Girando tra i vari blog, mi sono imbattuta nel post di Perseide, che, a sua volta, si è ispirata alle parole di Willy Wonka.
Grazie, perché mi avete spinta a scrivere questo articolo, che avevo in mente già da qualche giorno. Dovevo solo trovare l’input giusto per farlo, e il segno che aspettavo è arrivato.

Solitamente, nella vita, io non lascio correre, e, da quando sono (più o meno) un’adulta, cerco di esprimere sempre ciò che penso. Il mio ragazzo mi ripete spesso quanto io delle volte sia esagerata; a volte, mi dice lui, è meglio stare in silenzio e lasciar correre, piuttosto che esprimere la propria opinione, magari in situazioni che non lo richiedono. Ammetto che ogni tanto ha ragione, che (saltuariamente) il silenzio e l’indifferenza sono simbolo di maturità. Ma questa è un’altra storia. Io sono convinta che le ingiustizie meritino sempre una voce, che combatterle sia fondamentale. Ora potrei dilungarmi a raccontare un milione di casi in cui mi è capitato di assistere a scene raccapriccianti di offese riprovevoli a danni di sconosciuti, o in cui sono addirittura stata vittima stessa di cattiverie da passanti ignoti.

Mi limiterò a raccontarne uno, che riguarda me.

Ho sempre amato il cibo, sin da piccola, e mia madre mi racconta spesso di come gli altri bambini, al ristorante, si alzassero per giocare tra loro, lasciando i loro piatti ancora pieni, mentre io rifiutavo di alzarmi fin quando non avevo ripulito per  bene la mia porzione. Da bambina ero cicciottella; da adolescente, invece, sono arrivata a pesare 100 kg, per 162 cm di altezza. Una piccola botte dai capelli neri, insomma. A nulla sono valsi i tentavi di mia madre (povera, santa, donna!) di mandarmi dal dietologo e dallo psicologo. Io mangiavo ancora di più. Il cibo per me era un malato meccanismo di difesa dal mondo esterno; io mangiavo più degli altri, quindi ero più forte. Venivo presa in giro e a volte picchiata dai compagni di classe. Non avevo amici, e non potevo mettere vestiti alla moda. La tuta da ginnastica era il solo indumento che mi entrasse, e il cibo l’unico amico. Più venivo derisa ed isolata, più mangiavo e ingrassavo, schiava di un circolo vizioso malato che mi stava uccidendo. E’ anche per questo, forse, che non sono mai riuscita a coltivare una vera passione e a capire chi fossi, vittima di insicurezze profonde che mi perseguitano ancora oggi, nonostante abbia ormai raggiunto quasi del tutto il mio peso forma. Le poche amiche che ho mi chiedono come faccia ad essere così insicura. “Sei bellissima!”, mi dicono, “con questi occhi grandi da persiana e questo viso!” A volte credono che mi sminuisca così solo per ricevere attenzioni e complimenti, che, al contrario, altro non fanno che tormentarmi. Un giorno un amico mi ha detto la frase più bella che abbia mai sentito dire da uomo: “Hai un viso che sembra disegnato da Dio.” Le sue parole mi hanno commossa, ma subito dopo ho creduto che mi stesse prendendo in giro, o che volesse solo qualcosa in cambio. Gli atti di bullismo che ho subito non mi hanno mai permesso di uscire dalla mia corazza, facendomi credere che non fossi adatta a fare nulla, e che non meritassi di diventare qualcuno nella vita. Ho sempre creduto che la felicità non fosse per me, che i ciccioni non ne fossero degni. Episodi simili, avvenuti negli anni decisivi dell’adolescenza, plasmano l’adulto che sarai. Ma anche questa è un’altra storia.
L’episodio su cui mi voglio concentrare riguarda tanti anni fa, ma è come se fosse successo ieri. Avevo forse 15 anni, ed ero al centro commerciale con mia mamma e i miei fratelli. Mamma ci ha comprato una piadina a testa, perché è ora di cena e abbiamo fame; i miei due fratelli sono anche più piccoli di me. Io non dovrei mangiarla, ma mamma non se la sente di farmi guardare mentre i piccoli mangiano, e di insalata neanche a parlarne. Sono felice, mi gusto la mia piadina mentre passeggiamo, diretti all’uscita per raggiungere la macchina. Passa un gruppo di ragazzi, credo abbiano la mia età, 17 anni al massimo. Mi guardano. Mi batte forte il cuore: nessun ragazzo mi guarda mai, non rientro nei loro canoni estetici. Penso che, forse, non sono così brutta e grassa, che qualcuno potrebbe anche innamorarsi di me.
Sono sempre stata un’inguaribile romantica, e ho sempre fantasticato su un amore da favola, vittima di infinite ore solitarie a leggere romanzi nella mia cameretta.
Uno di loro mi urla: “Smettila di mangiare, cicciona di merda, che ingrassi ancora di più!” Si sente un coro di risate cattive. Mia mamma mi stringe la mano, i miei fratelli mi guardano increduli, con profondo dispiacere. Ho il cuore a pezzi, mi si riempiono gli occhi di lacrime e un calore violento mi irradia le guance. Mi vergogno, mi sento una nullità, tanto che vorrei solo sprofondare sotto terra. Mi sento morire; è un’umiliazione troppo forte per me, che sono così orgogliosa. Ancora adesso, mentre scrivo, mi si stringe lo stomaco, e mi vedo ancora lì, triste e sola, e mi chiedo perché. Perché questa cattiveria gratuita, da chi nemmeno mi conosce? Questo evento mi ha segnata a vita, ma loro non lo sanno.
E’ facile giudicare, ma che cosa conosciamo davvero noi degli altri? Loro sapevano perché soffrivo di obesità? Erano consapevoli dei miei problemi, della mia situazione psicologica?

E’ troppo facile giudicare il prossimo senza neanche conoscerlo. E’ troppo facile buttare fuori cattiverie gratuite, non immaginando neanche lontanamente cosa provocheranno nel bersaglio prescelto per la propria violenza.

Come ho scritto all’autrice del blog “Willy Wonka”, vittima di parole non pesate, e buttate fuori con malignità, dovremmo cercare di non offenderci l’un l’altro. Lo schermo ci fa sentire protetti, e la tastiera ci permette di comunicare concetti che non sempre riusciremmo ad esprimere a voce. Ed è per questo che bisognerebbe usare questa piattaforma per fare del bene, per confrontarci e arricchirci, e non per ferirci.
Anche qui siamo solo un mare di sconosciuti, e a volte il nostro cammino si incrocia su questa strada virtuale. Leggere le nostre parole non significa comprenderci appieno, e non dovrebbe concederci la facoltà di sputare sentenze. Mettiamo in atto un concetto di condivisione positiva, arricchendo le nostre esistenze, donandoci spunti di riflessione.

Anch’io sono un essere umano, e neanche io sono immune dall’esprimere giudizi sugli altri. Tuttavia, cerco, per quanto mi è possibile, di mettermi nei panni del prossimo, riflettendo sul motivo di determinati atteggiamenti.

L’empatia è una bellissima attitudine. Cerchiamo di praticarla più spesso.

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre.”

La Gemella di Peter Pan riflette sull’evasione

Mi è capitato di sentire più volte la frase: “Se non ti piace dove sei, cambia! Non sei un albero”.
Scappare, cambiare, rivoluzionare la propria vita. Quanti di voi ci hanno mai pensato?

Per andare via ci vuole coraggio, ma anche consapevolezza. Consapevolezza che scappare non sempre è la soluzione, se la prigione è dentro di te. Consapevolezza che la strada non è mai semplice, e che spostarsi in un altro luogo non per forza ti rende libero.
A volte, però, ricominciare da un’altra parte, lontano da tutto, contando solo su te stesso, ti permette davvero di vivere, e non più sopravvivere.

Voi cosa ne pensate? Siete persone senza radici, o avete trovato la vostra casa? Vi è mai capitato di evadere, e ricominciare una nuova vita? O pensate che sia meglio cambiare le cose, piuttosto che la città?

La passione è il sale della vita

Quante volte vi è capitato di guardarvi allo specchio così intensamente da non riconoscere quasi più i tratti del vostro volto, per poi farvi attanagliare la mente da turbe psichiche esistenziali quali: “Chi sono davvero?”; “Cosa ci faccio qui?”, “Che cos’è la vita?”, “Perché sono qui?; “Cosa voglio?”?

A me capita almeno due volte al giorno (sì, passo molte ore davanti allo specchio, ma non ho ancora capito se per pura vanità o sciocca insicurezza).

La domanda che mi mette più in crisi, ultimamente, riguarda la fatidica questione sul mio operato in questa terra. Come mi sto rendendo utile per l’umanità? Diffondere le mie psicosi da GDPP non credo che valga.

Penso che il modo più efficace per dare un senso alla propria vita, contribuendo al benessere della società, sia rincorrere la propria passione. Persino le fashion bloggers hanno trovato il proprio posto nel mondo, diffondendo buone pratiche (ergo, prendere il sole su un’amaca in qualche spiaggia tropicale, facendosi selfie mentre sorseggiano fresca acqua di cocco) e mandando messaggi di buongusto e raffinatezza.

Ma chi non ha una vera passione come deve fare? O almeno, chi non ha ancora capito che cosa vuole essere, che grandi sogni deve rincorrere e chi deve diventare, come può sopravvivere in un mondo in cui pare che tutti siano nati per uno scopo ben preciso?

Io da piccola volevo diventare una biologa marina, ma poi ho realizzato che i pesci non mi fanno impazzire. Li rispetto e cerco di non mangiarne troppi, ma ognuno a casa propria.
Poi mi è venuto il trip della veterinaria, ma la sola idea del sangue e delle malattie mi fa annebbiare la vista e formicolare le gambe (ok, sto già per svenire, devo riprendermi un attimino… Inspiro profondamente, espiro, penso a una torta al cioccolato. Ci sono).
Mi sarebbe piaciuto anche diventare una cantante, ma è meglio che mi limiti a ululare mentre pulisco casa, faccio la doccia, o mi preparo per uscire (il mio vicino potrebbe odiarmi, ma quando si soffia il naso sembra stia suonando un trombone, quindi ho mezzi per ricattarlo, nel caso avesse intenzione di far valere i suoi diritti da dirimpettaio).
Da piccola, poi, ero un’attrice teatrale provetta, ma ho deciso di abbandonare la carriera dopo che del mio ultimo spettacolo i miei compagni di scuola ricordavano solo una scena comica ridicola che mi aveva contraddistinta. Impersonavo il ruolo di una persona epilettica, che sprofondava in un sonno incosciente grazie a una determinata parolina, “merda” (si, non avevo insegnanti educati). Inutile dire che hanno continuato a ripetermela fino a fine anno, col tentativo di farmi svenire a ogni occasione buona. Certe volte i bambini possono essere veramente crudeli.
Mi piaceva anche dipingere ed eseguire pedissequamente tutti gli attacchi d’arte del mio idolo foggiano, Muciaccia (in questo caso però, non ricordo il motivo per il quale ho abbandonato anche un possibile e luminoso futuro da discepola di Van Gogh).
Per non parlare della scrittura. Riempivo diari su diari, che mio fratello puntualmente scovava e leggeva divertito (la sindrome da GDPP mi accompagna sin dalla tenera età).

E ora invece? Faccio un lavoro che non mi sta piacendo, nonostante abbia un parolone altisonante e un po’ international, e passo preziosi attimi di presente a guardarmi allo specchio, alla ricerca del più piccolo pelo da estirpare per avere perfette sopracciglia a forma di gabbiano, chiedendomi nel frattempo chi sono e cosa voglio; o impiegando il tempo a diffondere sentimenti leopardiani in rete.

Ah, ho ordinato un kit per dipingere su Amazon, chissà che non diventi la nuova Giotto.

#sononataconfusa

 

 

Momento peterpaniano di esistenza

Oggi mi è venuta l’improvvisa voglia di guardare una puntata di uno miei cartoni animati preferiti, che veniva trasmesso dalla Melevisione nel lontano 1999 (più o meno).

Ho fatto di tutto per cercarlo su internet. E la mattina di un’uggiosa domenica è trascorsa così, alla ricerca ossessiva e patetica di un conforto infantile.

A quei tempi avevo circa 9 anni. Alla mia veneranda età una giovane donna dovrebbe pensare alla propria carriera, ad avere una famiglia, a coltivare le proprie passioni, a realizzare i propri sogni. Io invece penso al passato, o alla mia infanzia.
Quante volte, vedendo i bambini giocare allegramente nel prato vicino a casa mia, ho pensato alla beatitudine incurante degli infanti, alla loro esistenza cullata da sentimenti confortanti di stupore e spensieratezza, incoscienti dei problemi che li affliggeranno nella vita adulta.

Eppure io non ho avuto un’infanzia completamente felice. Un padre assente e incapace di dimostrare affetto ai propri figli, traslochi continui, e nessun luogo dove mettere radici. Anche se mia madre ha sempre cercato di fare tutto ciò che era nei suoi limiti umani per farci vivere nella serenità, per non farci pesare la diversità della nostra famiglia.
Per difendermi, ho sempre vissuto in una sorta di limbo, nel mio mondo personale, plasmato secondo i miei desideri e ciò che avrei voluto che fosse la mia vita. Un mondo distorto, in cui la realtà e le bugie si sono sempre intrecciate tra loro, rendendo difficile distinguere i confini tra illusione e realtà.

E allora perché mi rifugio sempre nel passato? E perché, dunque, il passato coincide con frammenti di infanzia o di estrema giovinezza? A cosa è dovuto questo mio continuo ritorno nostalgico alla mia prima infanzia o ai miei 20 anni, ai momenti più felici di un pezzo della mia storia che non tornerà più?

Certamente, uno dei periodi a cui ritorno più volentieri è quello del mio percorso universitario, l’arco temporale più bello dei miei 27 anni di residenza in questa terra.
A volte penso che non sarò più così felice, che non avrò più tutto quello che avevo prima. Che non viaggerò più, che non conoscerò più nuove persone e nuove culture, che non aprirò più la mia mente a nuovi modi di vedere la vita, che le mie orecchie non sentiranno più, entusiaste, nuovi idiomi, e che non avrò più la brama di imparare tutte le lingue del mondo, come una volta.

Si è spento qualcosa dentro di me. Tutto quello che è successo in questi ultimi due anni mi ha profondamente cambiata. La vita cambia in un istante e ti trasforma. E troppi mutamenti a volte ti fanno perdere l’equilibrio, ti disorientano, e a volte ti fanno smarrire. Se ti sei perso, devi essere in grado di ritrovarti. E se non ti sei mai trovato, devi imparare a farlo, anche se questo richiederà tempo.

Sarei una sciocca a credere, o a sperare, che tutto possa restare immutato nel tempo, che la felicità non sia solo un attimo fuggente, ma che possa durare in eterno. Se ci penso, è un bel conforto, la felicità. Un istante che possiamo imprimere indelebilmente nella nostra memoria, e al quale possiamo aggrapparci nei momenti di buio e sconforto. E’ perfetta la natura. Tutto il cosmo lavora con assoluta sintonia, secondo motivi precisi, che si concatenano e incastrano precisamente tra loro.

Ma che cos’è la mia? E’ una semplice venerazione e protezione del passato, custodito dalla mia mente come un prezioso gioiello, per paura di non rivivere più momenti così felici? O è il fragile timore di affrontare il futuro, nella paura che, vivendo appieno la vita, questa possa non riservarmi più alcun momento di gioia? A volte, il porto sicuro, il limbo statico e immobile degli insicuri e dei timorosi, ti nutre della certezza della serenità, della pace. Ma la prigione è essa stessa sofferenza. La paura è una prigione che ti intrappola, fino a soffocarti. Vivere senza libertà è semplice sopravvivenza. Mentre la vita dovrebbe essere vissuta appieno.

La solitudine dei numeri secondi

Un tempo sapevo scrivere. I miei unici amici erano un diario e una penna. La mia professoressa delle medie diceva a mia madre che “da grande” avrei dovuto fare la giornalista.
Ricordo di aver scritto il mio primo diario all’età di nove anni. Mi sembra quasi di rivedermi: una bimba paffutella, dai capelli corti e neri, che tiene in mano una penna, intenta a scrivere con foga su un diario rosa. A volte non capisco il confine tra immaginazione e realtà, non riesco a capire fin dove la mia mente mi restituisce i ricordi, e quando inizia a plasmarli da sola a seconda delle sensazioni e del momento. Quasi per proteggermi, per regalarmi immagini serene in cui trovare conforto. Ho davvero vissuti certi momenti? O sono solo frutto della mia immaginazione?

Se dovessi associare la mia vita a un sostantivo, la prima parola che mi viene in mente è “solitudine”. Sono sempre stata sola. Non ho mai avuto veri amici a cui aggrapparmi nel momento del bisogno, e ricordo di essermi sempre sentita sola in mezzo alla gente. Inadeguata, non idonea a far parte della società.
Eppure io odio la solitudine: non sono in grado di stare da sola con me stessa, non mi basto, e ho la sensazione di portare un peso troppo gravoso sulle spalle all’idea di dovermi prendere cura di me stessa, di non poter contare su qualcuno.
Spesso penso alla frase: “l’uomo nasce e muore solo”. Sono anni che mi ripeto queste parole, tanto da non sapere se le ho inventate io stessa, o se le ho sentite da qualcuno più saggio di me. Ma se l’uomo nasce e muore solo, allora perché io non sono in grado di vivere la mia vita in modo indipendente? Perché non riesco ad accettare questa condizione, cercando di combatterla e sfuggirle? Ci hanno insegnato che l’uomo è un animale sociale, ma allora perché è così solo?

La solitudine mi rattrista. A volte mi guardo allo specchio, e vedo due occhi tristi e vuoti. La solitudine è abbandono. La solitudine è tristezza. La solitudine è vuoto. La solitudine è essere abbandonati in balìa di se stessi. E io non sono una persona così completa da bastarsi da sola. Il tempo è mio nemico, e mi fa sbattere in tutta la mia miseria. La “miseria umana”, come la definisco io. L’uomo è un essere misero.

La solitudine è per le persone che sanno chi sono e cosa vogliono. La solitudine è per i numeri uno. Per i numeri due, i confusi e gli incompleti, la solitudine è uno specchio in cui si è costretti a osservare tutta la propria miseria. Uno specchio che rimanda l’immagine di un omuncolo, incapace di affrontare la vita in tutte le sue sfaccettature. Una persona che non ha ancora trovato se stessa e le risposte di cui ha bisogno.